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Il cacciatore, una storia d’amore e vampiri (Racconto)

La tormenta pareva non dovesse cessare che alla fine dell’eternità. Ogni cosa, ormai, sembrava svanita nel rabbioso urlo del vento e nel turbinìo dei fiocchi di neve che continuavano a cadere, riempiendo ogni spazio d’un bianco mantello.
Nel volgere di un’ora il sentiero diventò invisibile. La neve, precipitando sempre più fitta, lo fece suo, co­prendolo di un candido e soffocante abbraccio.
Il cavallo diede segni di nervosismo. Non era soltanto il bianco sterminato d’intorno, ma anche un’energia ma­levola che vibrava nel vento.
Mentre la neve continuava a prendere possesso di ogni cosa il cavaliere annusò l’aria, e gli scattò dentro una molla, perché nel pensiero gli si materializzò come un presagio.
Il silenzio era ovunque, ovattato e misterioso.
Il cavaliere guardò davanti a sé e vide che l’orizzonte già più non esisteva, lasciando il proprio posto al nul­la. Però sapeva, in cuor suo, nel brivido che gli scor­reva sulla pelle, che qualcosa stava facendo altrettan­to. Aveva percorso poche miglia dalla chiesa sconsa­crata, e poteva ritornare in quel luogo sfortunato, al­meno ad attendere la fine di quell’infernale notte. Al mattino, con la tormenta forse trascorsa, avrebbe ri­preso la marcia con più sicurezza. E così fece, solle­vando il proprio destriero e sé stesso dal timore dell’i­gnoto che li osservava.
Prima di far voltare il cavallo nella direzione opposta al senso di marcia il cavaliere captò l’eco di un suono. Vibrava, nell’aria, giun­gendo distorto ma abbastanza comprensibile. L’ulula­to di un lupo, forse; o probabilmente il lamento di qualche anima dannata.
La strega, al villaggio, prima che egli partisse, gli aveva predetto il suo destino. Gli aveva comunicato che avrebbe trovato ciò che cercava. Perché la strega sapeva, ed era a conoscenza di quello che sarebbe successo; e lui, se prima aveva deriso la megera, adesso aveva paura, perché era giunto nel luogo che la vecchia incantatrice gli aveva descritto. Il castello gli era innanzi, come fosse apparso magicamente, in tutta la sua maestosità.

Scese gli ultimi gradini del passaggio sotterraneo. Le ombre create dalla fiamma della torcia occhieggiava­no alle pareti. Sembravano riportare alla vita, dalla notte dei tempi, visioni fantastiche di danzanti streghe ingannatrici.
Il cavallo legato all’esterno della chiesa sconsacrata, il borsone a tracolla, e poi giù, per quel budello putri­do, che a tratti pareva contorcersi di una propria esi­stenza febbrile.
A saperlo ascoltare lo si poteva sentire pulsare, desi­deroso di attirare la sua preda verso il proprio ospite segreto, come il battito di un cuore nero farcito d’o­dio.
Ogni tanto lo squittio di un topo, il gocciolio d’umidi­tà di quel luogo malsano; e un buio, così opprimente che nessuna luce era in grado di profanare. Un buio profondo, giunto dal regno dell’oblio terreno con ali da pipistrello. Scalino appresso scalino, sempre più giù, verso l’inferno gelido dell’orrore.
Il cavaliere alzò la torcia e allungò il braccio, aggiun­gendo uno spicchio di luce alla tenebra. A qualche metro di distanza, al termine della scalinata di roccia, una porta socchiusa; e l’odore di legno marcio, confu­so alle malefiche esalazioni nell’aria.
Nessun rumore oltre la porta. Soltanto uno spiffero sul suo viso, ancora più gelido del sotterraneo in cui si trovava. Ci siamo, pensò. Non poteva essere altri­menti. Il cavaliere lo sapeva; e allora perché esitava? Perché rimaneva immobile, quasi privo di una propria volontà?
Giunse poi il puzzo della morte. Un fetore dolciastro s’insinuò nelle narici del cacciatore. L’uomo si fermò, di scatto, coi sensi all’erta. L’esperienza gli aveva inse­gnato che quei diavoli sono capaci di tutto, e sono mille volte più sensibili e veloci di un essere uma­no. Per quanto egli potesse essere in vantaggio sull’avver­sario quest’ultimo non andava mai preso alla leggera.
Si ricordò di quella volta nella foresta chiamata del­l’impiccato, quando per un battito di ciglia quasi si fece sorprendere dall’essere che stava inseguendo.Era in caccia da settimane, e nel tardo pomeriggio di quel giorno, rovente come una fornace, s’era disteso all’ombra di una immensa quercia.
La stanchezza ebbe il sopravvento e si addormentò. Il pomeriggio si inoltrò per la sua strada e lui ancora ri­posava, sognando d’amare Elizabeth, la sua sposa.
Era giunta la notte che egli ancora dormiva. Era pre­cipitato nel sonno accumulato come un sasso precipi­ta in uno stagno. Ancora oggi, pensandoci, non ricor­dava cosa lo fece svegliare d’improvviso.
Un vecchio professore con cui aveva parlato gli ave­va detto che forse s’era trattato di un presentimento inconscio. Qualcosa che vegliava il suo sonno pronto ad emergere in caso di pericolo.
Fatto sta che sentì un soffio gelido alla base del collo, e un fiato puzzolente che non scorderà finché avrà vi­ta. Il quel soffio mostruoso c’erano tutte le esalazioni della morte, con i suoi cimiteri, le sue putrefazioni; tutto ciò che accompagna la morte di un corpo, il suo dissolvimento, sino alla polvere, regno dell’anima.
Aprì gli occhi, mise mano alla spada, la sfilò dal fo­dero e si voltò, con una tale velocità che il demonio ebbe un attimo di smarrimento. Tanto bastò per fargli saltare via la testa. La perse così di botto che neppure ebbe il tempo di sibilare il minimo grido di dolore. La testa cadde per terra e il corpo rimase in piedi, sorpre­so. Poi cadde anch’esso, con un tonfo, nell’erba.
Ricordava d’aver fatto un lavoro diligente. Piantò un paletto di frassino nel cuore della creatura e la seppellì. Mise la testa tagliata di netto in una sacca, che legò al cavallo, quindi la sotterrò a qualche chilo­metro di distanza.
Quando tornò a casa ritrovò la sua Elizabeth; e quan­do lei gli chiese di raccontarle la sua avventura lui s’inventò di un viaggio tranquillo, privo di pericoli, malgrado il leggero tremito alle mani che non voleva saperne di fermarsi.
Elizabeth sapeva del suo mestiere; e sapeva anche che era pericoloso quanto basta; ma era la sua donna, e seppure in pensiero per lui trovava in sé il coraggio per non farglielo pesare.
Suo marito era uno degli ultimi cacciatori di vampiri, una razza di démoni quasi in via di estinzione. Ne ri­manevano pochi esemplari, ormai, in quel lembo di terra; ma uno, in particolare, riempiva di incubi i so­gni del suo Viktor. Quasi tutte le notti, quando dormi­va con lei, suo marito si svegliava urlando, madido di sudore. Quasi tutte le notti, in quei risvegli agitati, non sapeva dove fosse, e allora lei lo abbracciava così forte da fargli scordare ogni sgradevole visione oniri­ca; e lo baciava con tale intensità che egli si riaddor­mentava quasi all’istante, cullato dalla speranza che il mondo potesse essere molto migliore di quanto lo fosse in realtà.
Come giunto il ricordo scomparve, assorbito dal fetore che saliva da basso. Il cacciatore alzò la lanterna e al­lungò il braccio, aggiungendo uno spicchio di luce alla tenebra.
A qualche metro di distanza, al termine della scalina­ta di roccia, una porta socchiusa; e l’odore di legno marcio, confuso alle malefiche esalazioni nell’aria.
Nessun rumore oltre la porta. Soltanto uno spiffero sul suo viso, ancora più gelido del sotterraneo in cui si trovava. Ci siamo, pensò.
E mentre il pensiero lasciò il proprio posto all’azio­ne udì un gemito umano, appena accennato, al di là del­la porta. Si sfilò il borsone di cuoio e lo aprì. Prese quello che doveva prendere, meccanicamente, e si preparò a qualsiasi ma­nifestazione.
Ne aveva già distrutti altri, prima di ora; quello a cui tagliò la testa, nella foresta dell’impiccato, era uno dei molti, e il prossimo sarebbe stato soltanto un numero in più da aggiungere alla lista.
Il fucile, con i zannuti, non funzionava un gran che, ed era un peccato. In caso contrario avrebbe segnato una tacca sul calcio, e poi un’altra e un’altra ancora.– Avanti, dunque, e facciamola finita – gli sussurrò, chiara come una promessa, una voce nel cervello.
Ancora quel gemito, al di là della porta. Il cacciatore non si lasciò intimorire e la spinse, facendola cigolare come la voce di un’anima dannata. Fece luce e vide una giovane donna appoggiata alla parete. Un rivolo di sangue, rosso come la speranza che svanisce, gli scorreva sul collo, pallido come la luna.
La ragazza era mezza nuda. Qualcuno, o qualcosa, gli aveva strappato i vestiti con tale violenza che soltanto delle strisce di essi ricoprivano il corpo della sventura­ta. Il cacciatore misurò, con la luce della lanterna, tut­to il perimetro della stanza. Distesi, sul pavimento, erano dei cadaveri. Di essi soltanto tre apparivano in uno stato di decomposizione iniziato da poco. Gli al­tri quattro apparivano mummificati, come si trovassero in quel posto da decenni. 
In un angolo una bara, nera come l’anima del Male.
Il petto della donna si sollevava e abbassava con un ritmo anomalo, discontinuo. 
La giovane tremava come una fo­glia e i suoi occhi, pur essendo sbarrati, sembravano guardare l’inferno. Di certo non era ancora morta. Come esser certi che fosse ancora viva?
Doveva continuare. Distolse lo sguardo dalla creatura e non guardò indietro.
non se lo poteva permettere, qualunque cosa vi fosse alle sue spalle.

Quanto tempo, ancora, dovrà attendere la morte? Giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo se­colo. Per quanto tempo ancora?
Le sue spose lo guardarono passeggiare per l’ampio salone. Nei loro occhi brillava la voglia del sangue; della vita che pulsa nelle vene.
Il vampiro lo sa e fa un cenno con la mano. Fa capire loro di mantenere la calma, e più tardi saranno esau­dite. Le tre donne, giovani e vogliose di piacere nelle loro bianche vesti, si ritraggono di qualche passo, aprendo leggermente la bocca. Si passano la lingua sulle labbra e gemono, mostrando i propri canini affi­lati come lame. Sorridono, sensuali, perché sanno che il loro signore le ama, e porterà loro ciò che brama­no.
Il vampiro allargò le braccia e le sue spose si avvici­narono, baciandolo; e ogni bacio era un orgasmo che vi­brava nell’oscurità.
– La notte è appena nata, mie dilette.
– Abbiamo sete – risposero in coro.
Poi una delle tre sollevò il volto verso il suo padrone.
– L’ho sognato di nuovo – disse.
Il vampiro le prese il viso tra le mani.
– Il vivente?
– Sì, mio Signore, ed è stato terribile.
Dall’esterno, attraverso una finestra socchiusa, giun­se l’ululato di un lupo. 
– Racconta.
– È entrato nel castello, mio signore. Cer­cava qualcosa. Perlustrava stanza dopo stanza. E poi…
– E poi?
– Poi è entrato nella camera dove riposiamo e… ci ha trovato. Ha trovato me e le mie sorelle. Ci ha piantato un paletto nel cuore e tagliato la testa. L’ho visto mentre faceva tutto questo, mio signore, e poi ha ur­lato il vostro nome.
– Il mio nome?
– Il vostro nome, mio signore.
Il vampiro, con uno scatto d’ira, allontanò le tre donne. Queste lo guardarono con timore.
– Ha urlato il mio nome hai detto?
Ora il vampiro era calmo.
– Sei tu, mia cara Elizabeth, che hai sognato il cacciatore. Non ti devi preoccupare degli incubi, mia diletta, poiché sono il frutto delle tue paure. Il vivente ha urlato il mio nome perché tu lo conosci, anche se non puoi ricordare chi eri nel mondo dei vivi. Tutto qui. Non dovete temere, figlie mie, in questa fortezza saremo al sicuro per sempre.

Quando l’alba rischiarò il castello tutto ebbe fine. Il cacciatore non ebbe pietà, svolgendo il proprio destino con una meticolosità che neppure seppe riconoscere. Le spose del vampiro non erano un problema, ma anche quando piantò un paletto di frassino nel cuore di Elizabeth, tagliandole poi la testa, non provò quello che temeva, lasciando che la spada seguitasse una volontà al di là della ragione e di ogni risentimento.
La speranza di una lotta con Dracula svanì ben presto, poiché questi abbandonò il castello per tempo, con una vigliaccheria che rimane ancora oggi un mistero.
Tuttavia, col sole a soffocare le tenebre, il cacciatore si sedette accanto al corpo di colei che un tempo fu la sua sposa. La abbracciò e rimase lì, sino a quando il sole fu alto nel cielo.